DOPO CENT’ANNI ANCORA IMPRONTE DIGITALI

“Per il Governo del Transvaal, le leggi esistenti non fornivano adeguati strumenti per impedire l’infiltrazione clandestina di indiani nel territorio e per espellere i residenti non autorizzati. Il 22 agosto 1906 fu quindi pubblicata sulla Governement Gazette una prima bozza dell’ordinanza  per la revisione della legge sugli asiatici. Essa imponeva a tutti gli indiani, uomini, donne e bambini con più di otto anni di età, di sottoporsi alla schedatura delle impronte digitali; inoltre, di ottenere un certificato di registrazione che dovevano portare sempre con sé e mostrare a ogni richiesta. Ciascun indiano che venisse meno all’obbligo di registrarsi avrebbe perso il diritto di risiedere nel Transvaal, e sarebbe stato passibile di multa, arresto o deportazione; anche l’incapacità o il rifiuto di produrre il certificato dietro richiesta di un ufficiale di polizia diventava un reato punibile. La polizia era autorizzata ad introdursi in qualunque casa indiana senza mandato e pretendere di vedere il certificato. Per ogni indiano la presentazione del certificato era requisito necessario per qualunque rapporto con uffici statali, anche se intendava soltanto fare domanda per la patente di bicicletta.

Prendendo parte a una piccola riunione di eminenti personaggi indiani, Gandhi affermò di non aver mai sentito che provvedimenti legislativi di questo genenre venissero applicati a carico di uomini liberi in qualunque paese del mondo. - Se qualcuno si facesse avanti a richiedere il certificato a mia moglie - esclamò incollerito uno dei presenti - gli sparerei seduta stante e sarei pronto a pagarne le conseguenze -.

Gandhi replicò che non serviva farsi prendere dalla fretta, dall’impazienza o dalla rabbia.” Yogesh Chadha

GANDHI IN SUD AFRICA

GANDHI IN SUD AFRICA

(Gandhi iniziò una battaglia che durò oltre tre anni e fra i suoi più agguerriti avversari ebbe non solo i più intransigenti fra gli inglesi ma soprattutto i più radicali ed estremisti degli indiani. Furono gli indiani che lo picchiarono a sangue e quasi lo ammazzarono per aver tentato di mediare con gli inglesi… Ebbe la meglio GANDHI e la sua politica di lotta determinata, coerente e non violenta, pronta a mediare nella prassi e fermissima sui principi.)

IL VICOLO CIECO DELLA RABBIA E DELLA VOLGARITA’

 “E non aspettavamo una vittoria, non ci poteva essere la minima speranza di vittoria. Ma ognuno voleva avere il diritto di dire ai propri figli: “Io ho fatto tutto quello che ho potuto.” Vladimir K. Bukovsky, Il vento va e poi ritorna.

Mi batterò sempre perché chiunque possa esprimere le proprie idee: Voltaire non è solo un amato ricordo dei tempi della scuola. Anche i giullari e i dissidenti non violenti (sulla violenza verbale ci sarebbe poi da fare una riflessione) devono avere spazio e diritto di cittadinanza; ma dissento dall’idea che il giullare tra un rutto, una pernacchia, e qualche gioco di parole possa rappresentare una svolta democratica al potere “antidemocratico”. La “samizdat” aveva ed ha un grande rilievo etico; non era una carognata ma il sussuro della SPERANZA; era urlo di dolore che esaltava la DIGNITA’ della persona. Anche in un lager si può restare UOMINI: questa deve essere la nostra strada sempre.

Non sono contento di come vadano le cose nel PD italiano e valdostano; ma mi impegno perché vadano meglio e non per affossare tutto, sognando di ripartire da zero. Io preferisco ripartire da tre come Massimo Troisi (non solo un giullare ma anche un poeta), perché tante persone vogliono un paese migliore a partire da un modo di far politica che parta dal basso ma non si esaurisca in una “piazzata”.

Da “Il Corriere della Sera” del 9 luglio 2008

GIROTONDI, INSULTI DAL PALCO
GRILLO ATTACCA NAPOLITANO

ROMA — Finisce con Furio Colombo, veemente, che contesta Grillo e chiede una standing ovation per Napolitano. Con Antonio di Pietro che prende la rincorsa e si precipita sul palco a braccia alzate per incitare il pubblico ad applaudire il capo dello Stato. E con Mara Carfagna che querela Sabina Guzzanti. Giornata lunga e intensa al «No Cav Day». Piazza Navona ricolma (100 mila per gli organizzatori, qualche migliaio per la Questura), bandiere dell’Idv e comuniste, girotondini e dipietrini, grillini e qualche sparuto esponente del Pd. Si comincia sparando bordate contro il «Caimano» (Berlusconi) e si finisce per mettere sulla graticola Veltroni, il capo dello Stato e perfino il Papa. Attacchi, soprattutto quello al presidente della Repubblica, giudicati «intollerabili » da Walter Veltroni. Che si dice contento di non aver partecipato: «Come avevamo previsto è stata una manifestazione più contro il Quirinale e il Pd che contro Berlusconi».

BARACK OBAMA: LA MIA CANDIDATURA

DAL DISCORSO DI SPRINGFIELD del 10 febbraio 2007

“So che c’è chi non crede che possiamo fare tutte queste cose. Capisco questo scetticismo. Dopo tutto, ogni quattro anni, candidati di entrambi le parti fanno promesse simili, e non mi aspetto che quest’anno sarà diverso. Tutti noi che siamo in corsa per la presidenza attraverseremo il paese proponendo programmi in dieci punti  e facendo grandi discorsi; tutti noi strombazzeremo quelle qualità che crediamo renderci particolarmente qualificati a governare il paese. Ma troppe volte, finite le elezioni, e volati via i coriandoli, tutte quelle promesse svaniscono nella memoria, e si fanno avanti le lobby e gli interessi particolari, mentre la gente si ritrae, delusa come sempre, per riprendere la propria lotta in solitudine.

Ecco perché questa campagna non può essere incentrata solo su di me. Deve essere incentrata su di noi, deve essere incentrata su quel che possiamo fare insieme.”

IL PD AL TEMPO DEI BARBARI di Alfredo Reichlin

(Non so se qualcuno si ricorda di come fu proprio una serie di articoli di Reichlin che diede vigore al dibattito politico in Valle d’Aosta tra coloro che credevano  - e mi auguro credano tutt’ora - nella proposta politica del Partito democratico… Da qui, da queste “sagge” e mai arroganti e presuntuose riflessioni occorre ripartire… Con coraggio e determinazione…)

 

Non mi scandalizzano le correnti. Il dibattito e anche lo scontro sulle scelte politiche in una fase di grandi novità come questa è in una certa misura necessario. Ciò che non è chiaro è come questa discussione viene finalizzata alla elaborazione, (questa sì, assolutamente necessaria) di una cultura politica comune capace di tenere insieme forze diverse. Un cemento. Non una nuova chiacchiera in politichese (tutti che fanno la loro Fondazione) ma un progetto anche morale, oltre che politico, il quale parli all’Italia. Allora tutti capiscono che l’opposizione la facciamo noi e non solo Di Pietro. E la facciamo sia quando dialoghiamo, sia quando ci scontriamo duramente. Parlo, insomma di qualcosa che non può ridursi alla difesa delle vecchie identità di ieri ma riguarda il chi sono gli italiani di oggi. Si tratta di un travaglio molto serio, perfino drammatico.

Un travaglio che non riguarda solo la nostra vicenda interna se abbiamo il senso dei pericoli che corre la democrazia italiana e la impossibilità di dare ad essa uno sbocco positivo, nel caso in cui il Pd si disgregasse. Io non sono così pessimista. Negli incontri a cui partecipo ho cominciato a sentire questo assillo e ho notato lo sforzo di far emergere una visione nuova delle cose, delle nuove sfide e dei processi in cui siamo immersi. Perciò non serve una conta affrettata soprattutto se ci andassimo con una caricatura delle posizioni in campo. Il compito di chi guida è capire la parte di verità che c’è nelle varie posizioni. Ma aggiungo che le correnti non servono a nulla se non è chiaro di che cosa esse sono correlati. Mi è molto piaciuto un articolo di Umberto Ranieri il quale ricorda Scoppola il quale ci incitava «a spostare in profondità il processo di integrazione delle culture promotrici del Pd». Aggiungerei spostare in profondità per ritrovare la Terra: Anteo, il gigante mitologico che solo toccando la terra ritrovava le forze.

C’è una nuova Terra su cui stiamo camminando. Domandiamoci cosa è successo di non contingente nel mondo che sta fuori dai nostri confini ma che sempre più sta rimodellando la società italiana: i nuovi ricchi e i nuovi poveri, le nuove paure e i nuovi bisogni. Se parto da qui mi appare evidente una sorta di “spiazzamento” rispetto ai processi che da anni stanno gonfiando le vele della destra e che hanno messo in crisi la sinistra in tutta Europa. Non parlo della vecchia, stranota mutazione consistente nella fine (da 30 anni) del cosidetto compromesso keinesiano o socialdemocratico. Lo spiazzamento di cui io parlo riguarda i problemi del tutto nuovi che hanno investito l’insieme della società europea in conseguenza della svolta che ha subito il concreto processo di mondializzazione. A me sembra questa la novità che condiziona tutta la vita politica. Per dirla nel modo più approssimativo è il fatto che il controllo della mondializzazione non è più soltanto nelle mani dell’Occidente. Un evento secolare. È questo che sta cambiando. Sono arrivati i “barbari”. Del resto non è per caso che la crisi dell’egemonia americana, resa evidente dalla catastrofe dell’Iraq e del disegno imperiale sotteso a quella aggressione, è il tema dominante del dibattito elettorale americano. E non è una piccola cosa che il dollaro (qualcosa di più che una moneta) non riesce più a essere il regolatore di ultima istanza del dove vanno i capitali e quindi di come si redistribuisce la ricchezza del mondo.

Questo è cambiato. Un grandissimo fatto politico, estremamente concreto. È venuta in discussione la vecchia distribuzione dei poteri, delle risorse, delle materie prime. E quindi, di conseguenza, ovviamente, sono venuti in discussione i modi di vivere, i modelli di consumo, le idee di sé delle masse europee, comprese le conquiste sociali (diritti e salari) delle masse lavoratrici europee che furono uniche al mondo. Sono anche queste che subiscono le conseguenze di un mercato del lavoro mondiale sempre più affollato dai nuovi operai sottopagati delle officine dell’Asia. È futile che ce la pigliamo solo con i sindacati.

Noi come viviamo questo grande cambiamento? Pensiamo che i problemi del Pd sono altri? Certo, sono anche altri, ma qui non stiamo parlando di massimi sistemi ma della vita quotidiana della gente: i prezzi, i servizi collettivi, la spesa delle nostre donne nei mercati. Ma, parliamo, al tempo stesso, della necessità di misurarsi con la sostanza della vicenda politica: il perché la destra vince e la sinistra perde, e perché questo avviene in quasi tutta l’Europa. E aggiungerei: perché non perde solo voti. Il partito democratico, dopotutto, non ne ha persi. Ma tanto più allora dobbiamo chiederci perché il Pd con quel risultato importante ottenuto al suo primo debutto (un terzo dei voti) perde coscienza di sé, sfiducia nella sua missione e nel futuro. Perché appare perfino smarrito. Solo per colpa dei capicorrente? oppure perché la nostra gente non vede più bene su che terreno teniamo i piedi?

Personalmente io non ho mai creduto alle “terze vie” alla Tony Blair. Ma mi sembra ormai chiaro perchè tutto l’impianto del riformismo di questi anni ha perso quel “realismo” e quella ragion d’essere che derivava dal porsi come redistribuzione del reddito e correzione della sola “forma” concepibile dello sviluppo. Si sono aperti nuovi scenari e salvo che non intervengano catastrofi questa sarà anche una tappa del cammino del progresso. Ma in questo nuovo scenario dove si collocano le forze di quel mondo che viene dalle varie sinistre? Che cos’è un campo riformista se il Pd cessa di avere un orizzonte mondiale? Stiamo attenti. Il Pd non può non essere parte di un campo più largo di forze progressiste, europee e anche non europee, se vogliamo che l’Europa non si trasformi in una sorta di fortezza bianca assediata dai barbari. In questo caso la sinistra non avrebbe futuro e sopratutto in Italia una deriva presidenzialista di tipo populistico e salazariano diventa fortissima.

C’è chi, come Michele Salvati, vive evidentemente in un mondo diverso, sostanzialmente pacifico e normale. A me sembra invece evidente che per rilanciare il Pd occorre prendere le misure di quel che dà forza a questa nuova destra e ne fonda le ragioni agli occhi di tanti europei. Non bastano le analisi sociologiche sul Nord e sul Mezzogiorno. La destra sta occupando un nuovo spazio politico. Fa leva sulla paura e sulle “piccole patrie”, ma ha anche qualche idea di ciò che accade nel mondo che è meno anacronistica di certi nostri “liberal” nobilmente invecchiati nel culto di un mercato come ideologia. In più la destra si fa forte del bisogno sempre più assillante di valori e di significati e su questa base cerca di costruire un rapporto forte, di reciproca convenienza, con il disegno di certi cardinali, che è quello di imporre all’Italia una specie di neo-guelfismo, cioè la egemonia della Chiesa come religione. Perché non diciamo nulla su questo?

Sta qui il banco di prova del Partito democratico. Esso fu concepito non solo come continuazione dell’Ulivo ma come forza nuova capace di dare risposta all’intreccio micidiale tra crisi della democrazia dei partiti e continuo indebolimento dell’unità nazionale. Si è creata così una situazione per cui o noi indichiamo una “grande riforma” oppure i vecchi assetti politici democratici (compreso il Parlamento) diventano sempre meno credibili come strumenti per il governo ma anche per l’opposizione. Quanto regge la democrazia italiana se continua questa deriva tra sfilacciamento del tessuto sociale, crisi della legalità, scontro tra i grandi poteri, divisioni territoriali, indebolimento delle istituzioni capaci di garantire diritti e doveri? Valuterei meglio le ragioni che stanno dietro le varie ipotesi di riforme elettorali. Ma tra queste ragioni non dimenticherei la necessità di favorire la nascita di partiti veri, cioè di strumenti della partecipazione e politicizzazione delle masse e non della loro degenerazioni in partiti finti, “personali” del leader (tutte cose verso le quali non siamo innocenti).

Le responsabilità che pesano oggi sulle spalle dei dirigenti del Partito democratico sono davvero grandi.

DEMOCRAZIA: UN BENE DA DIFENDERE

Caduto il muro di Berlino, si è celebrata la vittoria delle democrazie occidentali sul totalitarismo. Abbiamo dato per scontato che, finite in soffitta le “vecchie” ideologie, potevamo vivere in nuova età dell’oro. L’Europa e soprattutto gli USA avrebbero guidato tutti i paesi del mondo verso le democrazie del benessere.

  Ora la globalizzazione ha mostrato che non solo non è facile esportare democrazia e diritti; ma gli stessi sono profondamente in crisi nei paesi occidentali. Anzi paghiamo lo scotto di aver esportato guerre sanguinarie nel nome della libertà senza garantirla neppure a casa nostra.

  Sia i partiti, sia i sindacati sono oggetto di dure contestazioni rispetto al ruolo che esercitano e alla loro organizzazione interna. Cala la partecipazione e l’astensionismo assume dimensioni sempre più rilevanti.

  Anche in Valle d’Aosta l’astensionismo è cresciuto in modo sensibile superando il 25% degli elettori. Più di un valdostano su quattro non è andato a votare. L’attuale maggioranza che pure ha superato il 61% dei votanti non rappresenta che il 44% dei valdostani con diritto di voto.

  La democrazia è in crisi. Non è bastato creare partiti nuovi come il PD; occorre ancora lavorare perché questi partiti siano in grado di comunicare con una società che è profondamente mutata. Non ci sono più classi sociali nettamente separate, ma un sistema sociale complesso e articolato, non ci sono più schiere di “tute blu” (almeno in Europa) concentrate in grandi stabilimenti ma miriadi di precari e lavoratori “flessibili” sparsi in luoghi di lavoro polverizzati. Le nuove povertà sono sempre più diffuse e colpiscono anziani, giovani e tutti coloro che perdono il lavoro sempre meno garantito.

  Il ritorno alle certezze del passato auspicato da molti è destinato ad infrangersi contro questa realtà in continua e rapida evoluzione.

  Inoltre la crisi delle ideologie ha trascinato con sé anche molti valori positivi. Ma, anziché rassegnarsi all’esistente, serve un grande slancio verso il futuro. Partendo dal basso dobbiamo riaffermare la solidarietà, la giustizia sociale, la libertà e soprattutto la democrazia.

  Il Partito Democratico proprio nell’ultima Assemblea Costituente a Roma si è riproposto come punto di riferimento per tutti coloro che non vogliono arrendersi al Berlusconismo e alla devastazione della società democratica.

  In Valle d’Aosta dobbiamo fare la nostra parte, ripensando l’Autonomia alla luce dei valori promossi nel centrosinistra dal PD, dando un contributo al consolidamento dei valori e dei diritti democratici nell’ambito della nostra autonomia.

 Partecipare alla vita politica è il primo passo per difendere la democrazia.

Democratica.TV

Walter VELTRONI - Assemblea Nazionale PD - Roma 20-21 giugno 2008

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LAVORARE PER I VALDOSTANI

Dopo il risultato elettorale insoddisfacente, sia a livello nazionale, sia a livello regionale alcuni esponenti si sono affrettati a rimettere in discussione l’intero progetto politico che ha fatto nascere il Partito Democratico. Le critiche costruttive anche aspre sono indispensabili per avviare un dibattito che faccia chiarezza e che acceleri i passaggi incompiuti; ma le contestazioni personali lasciano intravedere una mancanza di visione politica complessiva.

L’elettore è non poco sorpreso se coloro che fino a poco tempo fa decantavano le lodi del nuovo partito, solo ora dopo il risultato elettorale, ne scoprono i limiti. Anche in Valle d’Aosta come in Italia già vi è chi mette in discussione l’intero progetto politico che ha appena otto mesi di vita (un parto prematuro ancora più che un neonato). L’eterno dramma del centro sinistra è quello di continuare a fare partiti nuovi, anziché far funzionare quelli che abbiamo, soprattutto si continua a non convergere tutti in un grande movimento.

Il percorso del Partito Democratico è tutt’altro che compiuto, perché non ci sono stati i tempi necessari per passare da una fase costituente a una fase di costruzione vera e propria del partito anche attraverso il suo radicamento effettivo sul territorio. E sarebbe stato presuntuoso pensare di fare tutto ciò in pochi mesi.

Qualcuno si è scordato che l’Assemblea Costituente regionale ha deliberato all’unanimità di rinviare la discussione e l’approvazione della bozza di Statuto regionale elaborato da parte della Commissione regionale; e che tali lavori hanno avuto tempi lunghi perché si doveva obbligatoriamente aspettare l’approvazione dello Statuto nazionale.

Ancora, è sfuggito a molti che i lavori di stesura dei contenuti programmatici del Partito sono stati avviati già nel mese di dicembre scorso ma, nonostante le numerose sollecitazioni la partecipazione ai lavori di Commissione era bassa; e solo nell’ultimo mese prima delle elezioni si è visto un serrato confronto. L’impressione che abbiamo dato è che la molla della partecipazione dipendeva più dalla campagna elettorale che non dalla costruzione del Partito.

Una cosa è certa: nessuna decisione strategica, nessuna decisione programmatica è stata presa fuori dalla sede decisiva dell’Assemblea Costituente. E’ legittimo che qualcuno non condivida le scelte assunte dalla maggioranza; ma questo dicono le regole democratiche che insieme ci siamo dati.

Allo stesso modo la nascita dei Circoli territoriali avvenuta solo nel mese di marzo, dopo un lungo dibattito su partito liquido o partito degli iscritti, è stata solo un primo timido passo verso il radicamento sul territorio.

Abbiamo appena cominciato a costruire il Partito Democratico. E la maggior parte del lavoro è stato svolto da tanti volontari, da tanti militanti che ancora credono nella partecipazione attiva nella politica. Ora si tratta di mettere questa fatica al servizio della comunità valdostana.

Le elezioni regionali non erano il traguardo ma il punto di partenza. Molto, davvero molto, resta da fare. C’è tanto da lavorare con umiltà e con la collaborazione di tutti.

Il difficile passaggio elettorale delle elezioni regionali ci dà comunque le energie, anche economiche, grazie alla contribuzione dei tre consiglieri regionali, per continuare l’attività politica, per continuare le nostre battaglie a sostegno dello sviluppo sostenibile, per la crescita economica e culturale, per un lavoro stabile, per le energie rinnovabili, per una sanità di qualità con servizi dislocati sul territorio, per una maggiore attenzione ai problemi delle famiglie, dei giovani e degli anziani, per una Valle d’Aosta dove vi siano più equità e solidarietà.

COSTITUZIONE E AUTONOMIA

REGOLAMENTO DEL CONSIGLIO REGIONALE

Art. 6 Giuramento dei Consiglieri

1. Dopo la convalida delle elezioni, il Presidente provvisorio

dell’assemblea, stando in piedi, presta giuramento pronunciando

le parole: “Giuro di essere fedele alla Costituzione

della Repubblica ed allo Statuto speciale per la Valle d’Aosta

e di esercitare il mio ufficio al solo scopo del bene inseparabile

dello Stato e della Regione autonoma della Valle

d’Aosta“.

2. Il Presidente provvisorio dell’assemblea invita, quindi, i

Consiglieri a prestare il medesimo giuramento. A tale scopo

fa, in ordine alfabetico, l’appello nominale dei Consiglieri, i

quali, ad uno ad uno, stando in piedi, rispondono: “Giuro“.

3. I Consiglieri che non sono presenti e i Consiglieri eletti per

sostituzione prestano giuramento, allo stesso modo, nella

prima adunanza del Consiglio alla quale partecipano.

4. Dell’avvenuto giuramento deve essere fatta espressa menzione

nel verbale dell’adunanza.

 

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